Pudico Errato

L’artificiosa pudicizia nei torsi femminili dipinti da Mimmo Epicoco.
Cominciando da concettualismi artepoveristi, nelle giovanili fasi di formazione, e procedendo verso la sperimentazione di materiali cartaceo-cromatici per composizioni astratte entro progettazioni confinate al breve-medio periodo, Mimmo Epicoco ha inteso il processo creativo non solamente o prioritariamente finalizzato all'esposizione nelle gallerie. Li si dimostra scettico sugli orientamenti, usa e getta, che il mercato odierno riserva al prodotto artistico. Opta, in preferenza, su modi del fare arte che abbiano, parallelamente alla stabile diffusione, effettiva tenuta culturale, in termini di impegno sociale e politico dell’artista. Concezione che apparirà desueta ai più, schiavi del modernismo modaiolo, del trend giovanilista e del valore unicamente venale assegnato al prodotto artistico. Ciononostante nell’opera ultima di Epicoco, - riappropriatosi definitivamente nella serie dei Cloni della verve figurativa -, con i corpi femminili ritornano e prendono vita le emozioni che sa dare una sensibilità artistica che attraverso l’immaginario pittorico affronta problematiche d’attualità. In questi lavori recenti pare che Mimmo Epicoco sia giunto ad una maturità e a uno sviluppo più alti, ottenendo maggiore intensità espressiva. La semplicità compositiva delle espressioni dei corpi si combina con l’esperienza del colore, reso determinante nell’arricchimento del bagaglio tecnico, che non si sottrae all’ausilio dei media avanzati, per tratteggiare mediante le tinte la varietà degli stati emozionali, le sensazioni, quali componenti allusive, simboliche, e insieme esaltare le atmosfere degli scenari. “Raccolgo, modifico digitalmente, concettualizzo l'immagine; è questo il lavoro che faccio oggi, una sorta di arte povera dell'immagine commerciale e/o esasperata che passa velocemente tra le dita di una lettura facile ed inutile“.
Il corpo femminile regolato dal pennello dopo essere stato fissato, scrutato nella ripresa digitale, diviene massa umana non denominabile, tra organi e superfetazioni da bisturi, che le plastiche in risalto sono quelle estetico-chirurgiche. Nei dipinti accade che le membra si concretizzano nel rapporto tra figura e sfondo, non in dicotomia ma in un’osmosi metamorfica entro cui prende forma il processo di generazione pittorica. I torsi femminili, acefali, anonimi, integrati negli spazi monocromi assumono condizione irreale, pur se talvolta indossano accessori, trattenendo la connotazione anatomica e senza privarli della loro conoscibilità fisica. I corpi di donna si trasfigurano, fino a farsi esseri affatto innaturali, perchè sono corrotti. Cioè divengono icone residue di esseri viventi, quelle che s’incontrano quotidianamente sui rotocalchi, nei programmi televisivi, nella cartellonistica ridotte in creature stereotipate.
“Pudico errato è un paradosso”, ci suggerisce l’artista, “ coprire le proprie parti intime sta come metafora al facile, al consentito, alle prostituzioni”. Detto così parrebbe, la sua, una posizione moralista. All'opposto, tuttavia, la sua, ammantata da un’aria neoromantica, è una preoccupazione e una sollecitazione affinché le figure di donne ritrattate, nel busto privo dell’identificazione somatica, possano divenire accomunabili all’anima, violata. Ben oltre falsi pregiudizi e sensi del pudore, è supponibile l’interpretazione dell’incerto equilibrio di coscienza che accompagna il genere femminile contemporaneo, quella disponibilità esaltata al successo del proprio corpo, ch’è mendace valutazione della propria vita sino al punto da renderla estranea quasi riecheggiassero i versi del poeta...non la prostituire col portarla/ troppo sovente in giro,/ con l'esporla ai commerci e alle pratiche/ della dissennatezza quotidiana,/ finche' diventi estranea ed importuna (Kavafis). Come innanzi a videocamere, obiettivi fotografici, monitor dei p.c. le immagini di comuni modelle, viste e riviste, sono compresse quasi schiacciate sulla superficie della tela, con la complicità dell’invenzione artistica quasi provocano… a guardarne le grazie. Un flusso di donne dispiegate in posture seducenti come se si trovassero su di un set cinematografico o di moda o di calendari. Tuttavia “i corpi così concepiti sono inaccessibili perchè quasi perfetti e protetti da qualsiasi intenzione se non al solo desiderio di immaginare cosa, come sarebbe vivere un tale corpo” riferisce l’autore. Vi si colgono, non senza distanze e disparità, vaghe, plurime assonanze, qua e là riconducibili alle composizioni iconiche ottocentesche meno conturbanti e più riflessive dei nudi d’arte: dalla casta Pubertà (1894-95) di Edvard Munch, al Torso del Monumento a Blanqui (1905) di un Aristide Maillol,e non di meno, incidentalmente forse, negli esiti artistici in bianco e nero dovuti ai mezzi fotografici nel Novecento, le ironiche allusioni dada-surrealiste di Man Ray, Le Violon d'Ingres (1924), ad esempio, oppure i Due nudi di schiena (1968) del giapponese Kishin Shinoyama, le Lisa Marie, 1977, e Lydia Cheng, 1985, di Robert Mapplethorpe, la sacralità ripensata che Manuel Alvarez Bravo fa di Lucia (1980), passando al torso del Nudo Maschile di Herb Ritts o al, sempre suo, verso di donna in Amy Von Dyken, Nuotatrice. Nella stessa misura sovvengono a sussidio filologico, tra le ricerche sul crinale di fine inizio millennio, i corpi frammentati degli oli metafisico-magrittiani di Paola Gandolfi – penso a Un amante del 1997- o nei seriali repertori fotografici di Vanessa Beecroft fotogrammi del tipo VB48.721.DR, o VB17.016.VB.POL.007 o quelli prodotti per Genova VB.G.8. Un giro di confronti inattesi, credo anche dall’autore, di divergenti poetiche, ma che danno sostegno allo scrivente, per osservare, se non altro, le similarità verso talune condotte iconografiche, il fatto di riconoscere che altri artisti abbiano già intrapreso percorsi latamente paragonabili.
“In una società liquefatta, il paradosso dell’apparire rimane l’unico elemento di vero contrasto. Laddove la morale e la dignità non esistono più, non rimane altro che un misero involucro da difendere o indossare”, ne è convinto Mimmo Epicoco, che ancorché la nudità anatomica ciò che con le pitture ci suggerisce è la messa a nudo delle fragilità umane, tra il dentro e il fuori, strumentalizzate da un assetto socio-culturale che reputiamo civilizzato; che non ha raggiunto una parità tra i due sessi; un cammino ancora lungo da percorrere verso il reale equilibrio. I corpi dipinti trasfondono l'identità sessuale e al contempo la sua negazione fisionomica, sottraendo l’integrità fisica, l’interezza della raffigurazione umana: l’assenza dei volti, degli occhi è l’esitazione del genere femminile all’autonoma determinazione dei ruoli. Il corpo e la coscienza sono violati, assorbiti e ammaliati dal velleitario sistema contemporaneo fatto di transitoria mondanità, che induce a modi comportamentali sempre contigui alla spettacolarizzazione, propagandistica del glamour femminile.
Arduo fissare, tra le rappresentazioni di questa serie di quadri distinti da numeri progressivi, i limiti tra creatività, provocazione, denuncia. Le immagini nella loro ambiguità possono attrarci o contrariamente irritare. Questo è l’aspetto singolare: la doppiezza del messaggio; l'osservatore non è messo in condizione di distinguere, il margine ineffabile oltre il quale il bello diventa orribile, mercificazione dell’essere. Allo stesso tempo vi si legge la licenziosità volgare del narcisismo fisico del soggetto oppure il ribaltamento, che nella decontestualizzazione, nell’isolamento e nella parzialità della figura-tronco assume caratteri di riconsacrazione dal profano: il pudico errato!
Massimo Guastella - Luglio 2006

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